CON LA LUNA LE MAREE | Racconto #3

30 Giu CON LA LUNA LE MAREE | Racconto #3

Capitolo III:
Lunedì 25 settembre, ore 5:18
Io e la mia famiglia abitiamo in una piccola specie di mansarda tutta fatta di legno chiaro. E’ molto accogliente e di giorno fa risaltare tutto il sole che entra dai lucernai. Abbiamo un letto a castello, il mio letto e quello di mamma. Matrimoniale, ma lei dorme sola, non so il perché. Mio fratello deve avere al massimo 18 anni mentre mia sorella è poco più grande di me, sui 10-12. Tutte le mattine ci alziamo, facciamo colazione assieme e siamo tutti ancora in vestaglia. Bianca, con delle parti ricamate, intorno al collo. Tutte chiaramente tranne mio fratello, che ha addosso il suo solito pigiama castagna scolorito. E ci deve essere del caffè latte nelle nostre tazze. Con dei dolcetti squisiti. Di quelli che puoi trovare solo nel forno più vecchio del paese. La mamma mi ha sempre ricoperto di attenzioni. Posso dire di essere da sempre stata la sua preferita, anche quando non ero ancora nata ed ero solo un semplice sogno. Forse è per questa sua così forte attrazione verso me che sono nata allergica all’elettricità.
Sissignore! Io non posso venire a contatto oppure usare in nessun modo dei giocattoli o cose ben più inutili che siano alimentate ad elettricità. Diventerei – questo ce lo hanno confidato i medici che mi visitarono quando ancora ero in fasce – una specie di frullato di bambina. Caldo fumante. Per questo in casa mi hanno sempre tenuto a distanza da tutti gli elettrodomestici, ferri da stiro, asciuga capelli e quant’altro. Fino a quando mamma non decise di rovesciare la sua vita sul tavolo e cercare fra tutte quelle cianfrusaglie qualcosa che potesse darle un senso.
Da un giorno all’altro vedo la mia casa cambiare. Ora è fatta di diversi ambienti, sistemati su più piani. E nonostante questo mi ci ritrovo, proprio comese fosse da sempre stata così. Ricordo di essermi trovata nell’ingresso quando ho sentito il rumore che suonava proprio come quando si cuoce della carne sulla piastra. Sono corsa in camera da letto perché era da lì che proveniva quel suono. E là trovo mamma che sta piantando il ferro da stiro bollente in faccia a mio fratello, che è già uno spiedino. Ma la sadica energia di mamma non sembra volersi placare così facilmente: e preme con una forza demoniaca la testa del mio fratellone contro l’acciaio di quella macchina d’ustione, fino a quando il suo volto non rimane sfigurato da bolle d’acqua e bruciature. Poi con tutta naturalezza mamma si getta su mia sorella: stesso macabro rituale. E mentre vedo mia sorella cadere dal secondo piano del letto a castello e frantumarsi al suolo, in una nuvola di cenere, mi accorgo che mamma è cambiata. Ha dei capelli arruffati e di un blù che pare la verniciatura di una macchina sportiva, sotto al sole. Il viso è bianco acido, colore del latte lasciato aperto per settimane nel frigorifero. Le sue pupille coperte da piaghe, reverberate su profondi solchi neri e blu, proprio sopra le guance. Ed è lì che il mio terrore riesce a muovermi le gambe. Fuoco sulla miccia della mia reazione. Ma sono impigliata ed avvolta in una sciarpa color d’oro che mi impedisce di fuggire. Io ci provo a liberarmi, ma quella criniera di fili dorati non vuole lasciarmi. E mentre tento di liberarmi mi vedo da fuori, e sembro un gomitolo di lana impazzito lanciato per essere inseguito da un giovane gatto. Da un micio. Di quelli che catturano topolini e ci giocchicchiano fino a farli sanguinare. A quel punto mamma scende dal letto a castello, si avvicina a me. Il suo viso ha perso ogni pennellata d’espressività. Si avvicina e mi libera da quel garbuglio. Nelle mie orecchie ora la sento sussurrare: “Tu riuscirai a studiare all’università. Riuscirai a farti una famiglia tranquilla, e dimenticherai tutto quello che hai dovuto sopportare fin’ora. Adesso calmati. Adesso, calmati”. E pronunciate queste parole la vedo scomparire. In un istante non c’è più. Dissolta. Espiata.

Dal cancello del giardino, fuori casa puoi ancora vedere la porta aperta, del vento che entra. E qualcosa d’altro che da quel momento fino alla fine del tempo continuerà ad uscire invisibile, per sempre.

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