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CON LA LUNA LE MAREE | Racconto #1

17 Mag CON LA LUNA LE MAREE | Racconto #1

CON LA LUNA LE MAREE: CAPITOLO I.

Uscì di casa presto quella mattina, come del resto faceva ogni santo giorno. Salì in macchina e si diresse volando verso la scuola: non aveva null’ altro da fare. Erano ormai venticinque anni che questo succedeva e nonostante tutto la noia era lungi dal farlo rattristare. Passavano gli anni. Follino pensava di essere sempre lo stesso. Con i suoi alunni era gioviale, brillante, con la battuta giusta nel cartucciere, da sparare nel momento più opportuno. Non si accorgeva che il mondo intorno a lui correva, con una velocità spaventosa. Di anno in anno le sue classi cambiavano e con loro i discenti, mentre lui rimaneva uguale, allacciato al suo modo d’ essere, così pieno di sé e così barboso. Erano in fondo battute buone per essere gustate una volta, proprio come quelle canzoncine stupide che si sentono alla radio per un estate e poi scompaiono dagli occhi di tutti, buttate nel cestino da chissà chi. Arrivò nel parcheggiò della scuola. Scese dall’ auto e si diresse verso il liceo dove insegnava. Tirato qualche centesimo nel copricapo che Hermann teneva appoggiato sulle sue ginocchia stanche e stropicciate, si diresse verso l’ entrata. Arrivato in sala insegnanti, si sedette e si fermò. Quella mattina qualcosa non era andato per il verso giusto. Aveva letto su qualche manifesto per strada una frase che gli era rimasta in pressa. Si era conficcata così tanto dentro al suo cervello che non riusciva quasi più a ricordarla. Era rimasto solo il drappo che reggeva quel sipario vellutato. Ed era un drappeggio scuro. In quel momento si rese conto del valore che la sua vita aveva. L’amore che provava per la scuola altro non era che l’ amore per la fuggevolezza delle cose a lui care. L’ aver sempre vissuto da solo lo aveva in qualche misura addormentato e nessuno dei suoi alunni avrebbe mai fatto tanto per lui, proprio perché lui non aveva mai dato niente a loro. Rimase immobile. Pietrificato. Sentiva un brusio lontano. Rumore di tacchi che salgono scale. Schiamazzi e risate che lui cominciò in quel momento ad odiare. E a temere. In un balzo si rificcò di tutta fretta il mantello e corse in bagno, cercando di fuggire dal pensiero che lo attanagliava. Si chiuse dentro e cominciò a piangere. Pianse come non aveva mai fatto, e gli vennero in mente quei momenti, quando da bambino non riusciva a smettere di burlarsi dei suoi compagni più goffi. Era lui che dava soprannomi e nomignoli agli altri. Gli vennero in mente tutti i volti delle persone che sapeva lo odiassero, delle ragazze che aveva preso in giro, degli amici che aveva perso. Lo specchio si riempì allora di sangue. Grondava dal neon che stava sopra al lavandino. Grumi di sangue che scorrevano lenti verso il rubinetto. A Follino non interessava. Quella era semplicemente una degna pennellata nel triste ritratto del suo mattino. Cercò di vomitare. Non vi riuscì. Il nodo alla sua gola era ormai stretto come un cappio. Sentì allora delle grida infernali provenire da dietro: voci torbide e squillanti che lo insultavano, lo schernivano e tossivano miseria. Aveva appoggiato le mani sullo specchio, quasi per accarezzare la sua immagine riflessa e si sentì il palmo delle mani sporco e umido. Si girò lentamente in direzione di quelle che parevano voci e vide la tazza del cesso muoversi come labbra arcigne che veloci lo facevano impazzire. Vide il cesso sbraitare ed imprecare contro di lui, mentre una strana schiuma si faceva strada su per lo scarico. Ebbe paura. Per la prima volta nella sua vita ammise di aver paura. Terrorizzato prese in mano il pomello della porta e tirò verso se con tutta l’ adrenalina che gli attraversava i nervi. Aperta la porta si trovo dinnanzi ad un abisso infinito: un vortice pulsante color della porpora lo invitava a valicare quella soglia, e allo stesso tempo lo metteva in guardia. Laggiù era pericoloso. Follino chiuse gli occhi e spiccò un balzo, volando dentro quel nulla che in qualche modo egli aveva riconosciuto. Era familiare. Nuotò volando attraverso i secoli. Vide passando scorci di battaglie epiche, la sfollata di Nabucco e la disfatta di Waterloo, passando attraverso antichi fori imperiali e angusti chiostri di cattedrali irlandesi. Visse la Vita dalle sue origini fino al momento prima di entrare in quella toilette. Visse la vita di tutti gli uomini che avevano popolato la terra dall’ origine dei tempi. Le sentì battere e respirare sotto la sua pelle. Stava volando sopra il mondo che in quell’ istante eterno aveva deciso di essere parte di lui. E smise di piangere. Smise di pensare alla sua maledetta carriera di professore frustrato. Il mondo glielo aveva impedito. Si trovò a valicare cime innevate in groppa a ciuchi roboanti, ad attraversare oceani su zattere giganti, e con lui, compagni di viaggio sinceri, fedeli, a cui non importava chi egli fosse. A quelle genti importava solo che lui fosse lì, con loro. Così Follino si accorse della bellezza dell’ amore, della luce che traspare da un semplice sorriso. Si infatuò della semplicità, della voglia di essere Vivo. Si senti puro, come una madre che dispensa poppate alla sua prole, come un pescatore al lago d’ estate. Alla fine dell’ eternità vide una porta. Giaceva stesa in terra, con muschi ed erbacce che la coprivano di un tepore materno. In prossimità di quella porta toccò terra e approdò su di un’ isola nera, inchiodata e sostenuta nel cosmo da misteriose forze d’ equilibrio. Da lì guardò il mare e tutta la strada che aveva percorso. Si sentiva forte, fiero e, soprattutto, riconoscente. Tentò di aprire la porta ma quelle dannate erbacce glielo impedivano. Si sentì un forte scroscio, un suono sordo che arrivava correndo da occidente. Si voltò: una palla di fuoco blu stava arrivando da dove tutto era partito. La luce a quel punto era quasi impercettibile tanto era invadente. Le tenebre agli occhi di Follino erano le stesse che lo avevano cullato fin laggiù. Tentò nuovamente di aprire quella porta. La galassia incandescente distava ormai qualche volo da lì. Mentre le erbacce avevano già cominciato a ridere.

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