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Matera 2019, capitale europea di quale cultura?

19 Ago Matera 2019, capitale europea di quale cultura?

Da romagnolo ho seguito di riflesso prima la candidatura e poi l’incoronazione di Matera a capitale europea della cultura per il 2019, avvenuta a discapito della vicina Ravenna che pareva poter essere fra le più gettonate. Alla fine però a spuntarla è stato il capoluogo lucano, con i suoi sassi, la sua storia millenaria, la sua tradizione umile e povera.

Quello che non capisco da semplice turista e da cittadino italiano – e quindi in qualche modo anche lucano – è quale sia l’interesse dei materani a presentare la loro come la storia di un popolo arretrato e soffocato dalla miseria. Non parlo tanto delle iniziative istituzionali, quanto piuttosto alle iniziative più o meno spontanee di “accoglienza” nei confronti dei visitatori. All’entrata delle tante case-grotte visitabili c’è sempre una guida che racconta di come fino a qualche decennio fa in quelle caverne si vivesse in condizioni igenico sanitarie precarie, dove animali da pascolo, madri, figli e parentado condividevano lo stesso angusto spazio spesso buio ed umido per ripararsi dal sole cocente e dalle rare piogge.

Ed è questo il mantra che senti ripetere ogni volta che girato l’angolo incontri un gruppo di turisti provenienti da tutto il mondo. È come se la denuncia che Carlo Levi contenuta all’interno del suo libro “Cristo si è fermato ad Eboli” fosse diventata una sorta di maledizione e non volesse più andarsene. In quelle pagine Levi scriveva:

“…Dentro quei buchi neri dalle pareti di terra vedevo i letti, le misere suppellettili, i cenci stesi, Sul pavimento erano sdraiati i cani, le pecore, le capre, i maiali. Ogni famiglia ha in genere una sola di quelle grotte per abitazione e ci dormono tutti insieme, uomini, donne, bambini, bestie… Di bambini ce n’era un’infinità… nudi o coperti di stracci… Ho visto dei bambini seduti sull’uscio delle case, nella sporcizia, al sole che scottava, con gli occhi semichiusi e le palpebre rosse e gonfie. Era il tracoma. Sapevo che ce n’era quaggiù: ma vederlo così nel sudiciume e nella miseria è un’altra cosa… E le mosche si posavano sugli occhi e quelli pareva che non le sentissero… coi visini grinzosi come dei vecchi e scheletrici per la fame: i capelli pieni di pidocchi e di croste… Le donne magre con dei lattanti denutriti e sporchi attaccati a dei seni vizzi… sembrava di essere in mezzo ad una città colpita dalla peste…”

Ora, che questo aspetto della cultura materana – e più in generale di molte zone rurali del nostro paese – faccia parte della nostra identità nazionale non c’è ombra di dubbio. Il ventennio che va dal 1930 al 1950 nell’Italia delle campagne e dei piccoli borghi non è certo paragonabile ai giorni nostri quanto a consumi, benessere e stile di vita. In modo forse più salubre, anche nella mia regione ad esempio i vecchi raccontano di quando, nel periodo invernale, si era soliti fare la veglia fé la véggia in dialetto cesenate-  nella stalla assieme agli animali perché lì la temperatura era più mite e ci si poteva scaldare grazie a loro senza spendere denaro in gasolio, legna e riscaldamento.

Trattandosi di capitale europea della cultura, mi aspetto che i valori messi in campo a sostegno di questa candidatura siano positivi e costruiscano un percorso diverso, anche solo perché di materiale ce n’è tanto. In particolare, mi aspettavo un pizzico di orgoglio in più degli stessi materani che lungo le vie principali della città vecchia incanalano vicendevolmente il flusso di turisti fuori e dentro dalle loro abitazioni, i loro ristoranti bar e negozietti. Insomma perché farsi belli ricordando sempre il punto più grigio della propria storia, quando esistono decine di altri sentieri percorribili per raccontare efficacemente il proprio passato? A partire dai primi insediamenti umani nella zona della gravina, risalenti al paleolitico, oltre 6.000 anni fa, per passare attraverso la stretta relazione con le colonie del metaponto e della Magna Grecia – da qualche parte leggevo che lo stesso stemma della città, un bue bianco con delle spighe in bocca su fondo azzurro e riconducibile al rapporto che venne a crearsi con la civiltà ellenica –  la cultura romanica e cristiana del basso medioevo, il barocco e così via.

Una storia questa che sì può diventare il simbolo di un percorso europeo condiviso, una città all’interno della quale è possibile rivivere le tappe dell’evoluzione civiltà europea, unità da percorsi condivisi in un unico mito fondativo. Matera in fondo ricopre il ruolo simile a quello che Venezia gioca nel nord Italia: una città unica per impianto urbanistico, fascino e funzione nell’immaginario collettivo. 

Ad ogni modo il 2019 è ancora lontano e probabilmente in qualcuno dei cantieri aperti disseminati fra il sasso Barisano e quello Caveoso è in costruzione qualcosa di davvero grande.

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