Intervista con Antonia Arslan

06 Nov Intervista con Antonia Arslan

SORRIVOLI – Oggi alle ore 17.00, presso lo studio dello scultore Ilario Fioravanti a Sorrivoli, riprendono gli appuntamenti di Casa dell’Upupa a cura di Massimo e Mimmo Balestra. Per l’occasione è previsto un incontro con l’autrice Antonia Arslan, italiana ma di origini armene, da anni ormai impegnata nella sensibilizzazione e nella divulgazione dei fatti riguardanti il genocidio del suo popolo. Abbiamo raggiunto la professoressa Arslan telefonicamente per una breve intervista:

Crede sia importante raccontare di popoli assolutamente lontani, sia geograficamente che culturalmente, dai luoghi in cui viviamo?

Il popolo armeno non è poi così distante come lo crediamo, già dagli anni 1000 gli Armeni sono stati strettamente legati ai popoli occidentali grazie all’operosità dei loro mercanti ed alle peregrinazioni di chi riuscì a fuggire dalle persecuzioni dei Turchi. Queste peregrinazioni hanno comunque lasciato tracce in diverse parti d’Europa ed in Italia, soprattutto in Veneto dove esiste una importante comunità caucasica.

Crede che sensibilizzare il pubblico rispetto al genocidio degli Armeni e agli strascichi che esso ancora oggi porta con sé possa in qualche modo contribuire al miglioramento delle condizioni di vita di quel popolo?
Beh, qui il discorso deve essere affrontato da due punti di vista differenti. Da un lato, gli Armeni che vivevano in Anatolia sono stati uccisi o cacciati. Per loro non avrebbe più senso parlare di miglioramento delle condizioni. Su quello che è successo agli Armeni c’è stato un grande silenzio durato più di 70 anni, nonostante lo sterminio messo in atto nei loro confronti sia a tutti gli effetti il primo genocidio del XXI secolo. Genocidio che poi si ripeterà con modalità molto simili in occasione della seconda guerra mondiale, questa volta nei confronti del popolo ebraico. Sono passate alla storia le parole di Hitler che giustifica il proprio piano di sterminio sionista alludendo al fatto che a distanza di pochi anni, nessuno ricordasse ormai nulla del massacro degli Armeni. Per cui credo di sì, è importante raccontare questa storia, se non altro per gli Armeni in diaspora sparsi in tutto il mondo, che da 95 anni vedono costantemente negato il riconoscimento di ciò che è accaduto loro. Il che naturalmente fa una bella differenza con quanto è accaduto nei confronti degli ebrei, di cui giustamente noi tutti oggi siamo coscienti.

Che cosa si prova a scrivere di un tema così importante per l’umanità – come la critica alle persecuzioni razziali – e al contempo scrivere di persone, fatti e ricordi tratti dalla propria biografia, fondamentali quindi per la propria famiglia, per sé stessi?

Io mi ritengo una cantastorie: racconto le storie che ho sentito da bambina, che ho verificato, che mi sono state trasmesse per via orale, oppure attraverso ricordi stampati di tanti sopravissuti. Parto da questo e poi naturalmente mi documento sul contesto storico più che posso. La mia prima necessità, più che volontà, è proprio quella di raccontare attraverso la storia della mia famiglia la storia dello sterminio di tutto un popolo, il popolo armeno.

Consiglierebbe a qualcuno che non ha mai sentito parlare della ferita armena di partecipare all’incontro del prossimo 6 novembre? Perché?

Quando si ascolta dalla viva voce di qualcuno una testimonianza ci si interessa e ci si coinvolge molto di più. La testimonianza diretta è sempre qualcosa che parla agli ascoltatori con più forza, li coinvolge con maggiore vigore anche su temi difficili come quelli legati al genocidio. E maturare una posizione critica sul tema del  genocidio del popolo armeno è importante  poiché è in quell’occasione, all’inizio del novecento, che venne inventato un vero proprio metodo di sterminio, in una forma che purtroppo si è ripetuta successivamente nei confronti di altri popoli.

Filippo Leonardi

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