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Impetus B | Bologna, David Crosby e il primo giorno della fine del mondo

02 Gen Impetus B | Bologna, David Crosby e il primo giorno della fine del mondo

Come crescono in fretta le unghie in vacanza. Quelle dei piedi con una curva ancora più ripida, sarà colpa dei calzetti. Non che la cosa sia giunta a dei livelli in cui il fastidio è insopportabile, ma se cammini un po’ lo senti. Il primo gennaio sono stato a San Luca. 666 archi, il porticato più lungo del mondo. Questo signore deve aver avuto a che fare nella sua esistenza con dei serpenti e mentre attraversavamo il portico realizzato per lui e la sua madonna la cosa è venuta fuori. Come se Bologna la dotta, la rossa, la grassa fosse una specie di sasso incastrato ed avvolto da serpi e rettili dalla colonna vertebrale fatta di archi e dalle squame di mattone rosso, aggrovigliate fra loro in labirinto che al centro da spazio alle due torri. Sì un’immagine abbastanza epica, ma con l’anno nuovo bisogna partire carichi. Mi è piaciuto pensare al portico di San Luca come una specie di “anomalia del sistema”, come un elemento di rottura rispetto all’equilibrio del paesaggio urbano, del reticolo di strade e passeggiate coperte all’interno della città.

Peccato che alla fine ci fosse una chiesa. O meglio una messa. Fortunatamente, più o meno a metà del percorso, ho avuto il piacere di imbattermi nel grandissimo Isacco Turina, una specie di emanazione (non dovrei aver avuto un miraggio, era proprio lui). Sempre in forma, sempre vero, un eroe del dipartimento di Comunicazione.

Un altro segnale che il 2012 è iniziato in modo piacevole e bizzarro. La mezzanotte il 31/12 non la passavo in casa da un po’. Mai passata a banchettare con meno di 2 persone al mio fianco. Se non fosse che le occasioni di festa sono prima di tutto occasioni per stare assieme a chi rispetti ma che magari normalmente fai un po’ fatica ad incontrare, potrei tranquillamente prendere l’abitudine di fare il capodanno a casa, assieme a qualcuno di davvero speciale.

Soprattutto se il luogo è una casa situata all’interno di un condominio con delle rampe di scale dove puoi sentire uno di quei riverberi che davvero fa invidia a quello di San Luca. Con il vantaggio che quell’eco è assolutamente laica, non meno introspettiva. Uno di quegli ambienti che puoi sentire in certe registrazioni che hanno fatto la storia.

Dev’essere stato anche merito di David Crosby. Almost Cut my Hair. Si il titolo è palesemente freak. Ma non ingenuo. Quello che mi fa veramente andare fuori di testa è accorgermi di quanto quest’uomo sia stato acuto nell’accorgersi della fine di quell’epoca, di averla saputa interpretare. Non tanto dal punto di vista di quelli che vedono la fine del ’68 come il risultato di una qualche strategia politica repressiva. Piuttosto dal punto di vista di quelli che come lui si sono trovati a crescere, a sentire che in qualche modo avevano su sè stessi una cosa pesante, una responsabilità. As I Owe to Someone.

E bada bene che questo non è semplicemente il lamento di un songwriter depresso sull’orlo di una inaccettabile calvizie. Questo è l’unico modo per continuare ad essere degli hippie per tutta la vita. Accorgersi che ad un certo punto devi fare in modo che anche gli altri possano godere di certi pensieri, certe sensazioni, certe intuizioni. Farsi da parte, oppure raccontarle. Grande David un numero uno, e che baffi.

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